La parola «tossico» è comoda. La persona molto meno.
La parola «tossico» è comoda. La persona molto meno.
Ci piace dire che non giudichiamo nessuno. Poi incontriamo una persona che usa droghe, e la trasformiamo in una parola di sette lettere.
La parola «tossico» è fantastica. Fa tutto lei. Non devi conoscere un nome, una storia, un problema. La dici e hai già finito di pensare. È la lavastoviglie del pregiudizio: ci butti dentro una persona ed esce un’etichetta bella asciutta.
Poi magari la persona è tua sorella. O il collega con cui dividi la macchinetta del caffè. O quello che ti ha aiutato a spingere la macchina, perché guarda caso essere una persona non è un’attività che smetti di svolgere quando hai un problema con una sostanza.
Ma a noi le etichette piacciono: occupano meno spazio delle domande. E soprattutto non chiedono una risposta.
Un bellissimo sistema per non capire niente
Funziona così: vedi qualcuno in difficoltà, pronunci una parola sprezzante, ti senti una persona ragionevole e vai a casa. Quattro mosse. Sembra una coreografia. L’unico inconveniente è che la difficoltà dell’altro è rimasta dov’era.
«Io non giudico, però se la sono cercata.» Complimenti. Hai inventato il giudizio con il tasto silenzioso. C’è gente che fa anni di meditazione per arrivare a un simile distacco.
Il problema non è solo la maleducazione. Lo stigma può rendere più difficile cercare assistenza, raccontare sinceramente a un medico cosa si è assunto, farsi vedere in un servizio o chiedere informazioni prima di una situazione di emergenza. L’ONU invita da tempo a usare un linguaggio che metta la persona prima del consumo e a contrastare anche le forme strutturali di discriminazione. Non perché ogni parola poco gentile mandi il mondo in frantumi: perché le parole contribuiscono a definire chi riteniamo degno di ascolto.
La sostanza non è una carta d’identità
Essere una persona che usa sostanze non significa necessariamente avere una dipendenza. E avere un disturbo da uso di sostanze non significa essere riducibile a quel disturbo. Sembra un concetto rivoluzionario, ma è praticamente lo stesso principio per cui nessuno presenterebbe un conoscente dicendo: «Lui è il colesterolo alto. Si chiama anche Marco, ma non è rilevante».
Le parole persona che usa sostanze, persona con un disturbo da uso di sostanze o persona in trattamento sono più precise perché descrivono situazioni differenti. La precisione è utile perfino quando ti piace fare il cinico. Altrimenti non sei cinico: sei soltanto approssimativo.
Naturalmente non bastano le parole nuove. Si possono dire le cose in modo impeccabile e trattare le persone come spazzatura. L’ONU lo sottolinea: cambiare linguaggio, da solo, non cancella discriminazioni radicate nei comportamenti e nei servizi. Insomma, il cartello «Benvenuti» non serve a niente se dietro la porta c’è qualcuno che ti chiude fuori.
«Eh, ma bisogna dire che la droga fa male!»
Certo. Possiamo dire che alcune sostanze possono causare dipendenza, intossicazioni, danni fisici e morte. Lo facciamo pure volentieri. Con fonti, meccanismi e distinzioni. A quanto pare è possibile spiegare un rischio senza usare una persona come bersaglio da tiro.
Anzi: informare bene è più difficile del giudicare. Devi distinguere fra sostanze, concentrazioni, contesti, vulnerabilità, effetti, rischi acuti e cronici. Devi magari leggere un documento. Un impegno terribile. Vuoi mettere la comodità di gridare «tossico» da un marciapiede?
Chi chiede aiuto può aver bisogno di trattamento, supporto sociale, un posto sicuro, informazioni, oppure semplicemente di essere ascoltato. Non è detto che abbia bisogno del tuo discorso motivazionale registrato nel 1998.
La prova pratica del rispetto
La prossima volta che parli di una persona e l’unica informazione che ti viene in mente è il suo rapporto con una sostanza, prova a immaginare che sia presente. Non devi parlare come un manuale. Devi solo chiederti se quello che dici aggiunge un fatto o toglie umanità.
«Ma allora non si può più dire niente?» Si può dire tutto quello che serve per capire, prevenire, curare e discutere. È un elenco piuttosto lungo. Se proprio non trovi nulla da dire senza umiliare qualcuno, forse il problema non è la censura. È che ti sei presentato a una conversazione con un vocabolario che aveva tre pagine.
E comunque «persona» è una parola corta. Sette lettere. Come «tossico». Non puoi neanche lamentarti dello sforzo.
