Al bar delle sostanze rispettabili
Al bar delle sostanze rispettabili
In un bar immaginario, certe sostanze entrano dalla porta principale. Altre vengono fermate dal buttafuori. Eppure le domande dovrebbero essere per tutte.
C’è un bar, in una strada che potrebbe essere di Roma oppure di qualsiasi posto dove la gente si conosce abbastanza per impicciarsi dei fatti degli altri. S’insegna poco, in quel bar. Ma s’impara moltissimo.
All’insegna c’è scritto «Da Nando». Il proprietario si chiama Marcello, perché Nando era suo zio e cambiare un’insegna costa. Marcello lo chiama «rispetto delle tradizioni». Il commercialista usa altre parole.
Una mattina entrano il commendator Aurelio, la signora Gina e un ragazzo che chiameremo Tommaso. Sono personaggi inventati; quello che dicono appartiene a un copione. Ma il loro modo di parlare delle sostanze potrebbe capitare davvero.
Atto primo: il caffè è un galantuomo
«Marcè, dammene uno forte. Senza caffè oggi non sono nessuno», dice Aurelio, posando il giornale sul bancone con la solennità di chi firma un armistizio.
«Commendatò, lei manco con il caffè è tanto simpatico», risponde Marcello. Ma glielo prepara lo stesso.
Gina ordina un cappuccino. Tommaso chiede un decaffeinato. Si fa silenzio. Tre persone si guardano come se il ragazzo avesse appena annunciato che intende allevare un gabbiano in casa.
«Un decaffeinato? Alla tua età?»
Già qui c’è qualcosa da osservare: la caffeina è una sostanza psicoattiva, ma nel nostro immaginario quotidiano è soprattutto un rito, una pausa, un odore familiare. Questo non la rende equivalente, per rischi o meccanismi, ad altre droghe. Dimostra soltanto che le nostre categorie culturali non coincidono sempre con quelle farmacologiche.
Atto secondo: entra l’aperitivo, e nessuno gli chiede i documenti
Verso sera, Aurelio torna. «Marcè, oggi è stata una giornata tremenda. Fammi qualcosa che mi rilassi».
Il barista gli versa un aperitivo. Gina racconta che ieri ha preso il suo farmaco per dormire, regolarmente prescritto. Tommaso dice che sta leggendo un articolo sui rischi della cannabis.
Aurelio solleva gli occhi: «Ahò, con ‘ste droghe bisogna starci attenti».
Gina guarda il bicchiere di Aurelio. Guarda la scatola del suo farmaco. Poi guarda Tommaso. «Scusate, ma com’è che le cose di cui parliamo ogni giorno non le chiamiamo mai sostanze?»
«Perché altrimenti si allunga il menù», risponde Marcello.
È una battuta, ma la domanda è seria. La parola droga nell’uso comune porta con sé storia, norme, paure e immagini. La distinzione fra legale e illegale ha conseguenze concrete, ma non equivale a una graduatoria scientifica automatica dei rischi. E, allo stesso modo, dire che una sostanza legale può essere dannosa non assolve automaticamente qualsiasi sostanza illegale.
Atto terzo: arriva la domanda scomoda
Tommaso s’appoggia al bancone. «Io vorrei capirci qualcosa. Quali sono gli effetti? Quali i rischi? Quando uno ha bisogno d’aiuto?»
Per un istante il bar tace. Sono domande che non hanno il fascino delle sentenze. Richiedono tempo, fonti e la possibilità di dire «non lo so».
Aurelio fa per partire con un discorso sui tempi andati. Marcello lo ferma: «Commendatò, prima de parlà dei tempi andati, me paghi quelli presenti».
La scena fa sorridere, ma c’è un principio importante. L’EUDA studia le sostanze e i loro danni proprio distinguendo prodotti, forme d’uso, frequenze, interazioni e condizioni sociali. Nel suo Rapporto 2026 mette in evidenza un mercato europeo mutevole e rischi diversi a seconda delle sostanze e dei contesti. Non c’è una scorciatoia lessicale che sostituisca questa complessità.
Un farmaco può essere utile quando è prescritto e monitorato, e rischioso se usato diversamente. Una bevanda alcolica è socialmente normale, ma può causare danni e dipendenza. Alcune sostanze vietate comportano rischi acuti molto gravi, altre profili differenti. Metterle tutte in un unico sacco non è scienza: è fare trasloco con la testa.
Atto quarto: il signore della panchina
Davanti al bar si ferma un uomo che il quartiere conosce appena. Porta uno zaino e chiede se può usare il bagno. Aurelio si irrigidisce. «Io uno così lo terrei d’occhio».
«Uno così come?» domanda Gina.
«Eh, uno così…»
Marcello non ha voglia di discutere. Apre la porta del bagno. «Prego. È là in fondo».
Non sappiamo niente di quell’uomo. Non sappiamo neppure se usi sostanze. Ed è proprio il punto: molte volte la storia l’abbiamo già decisa prima che una persona apra bocca. Lo stigma può ostacolare l’accesso all’assistenza; l’ONU insiste sulla necessità di rimuovere anche barriere sociali e istituzionali, non soltanto di scegliere parole migliori.
Quando l’uomo esce, ringrazia. Marcello saluta. Aurelio sfoglia il giornale, cercando disperatamente una notizia che gli dia ragione.
Finale: il conto lo paga la realtà
Tommaso se ne va con una lista di domande anziché una sentenza. Aurelio ordina un altro caffè. Gina gli ricorda che l’ultimo lo aveva preso venti minuti prima.
«Ma questo è diverso!» protesta lui.
«Certo», fa Marcello. «Questo lo paghi».
Il sipario può anche chiudersi così. Ma fuori dal teatro resta una questione: possiamo parlare di sostanze senza confondere legalità, consuetudine, farmaci, rischi e persone? Possiamo discutere senza trasformare ogni interlocutore in una caricatura?
Al bar di Marcello non hanno risolto il problema. Però hanno trovato una cosa da cui cominciare: una domanda fatta bene. E rispetto a certi dibattiti televisivi, credetemi, è già un miracolo di quartiere.
